Dunque: lei ha conosciuto Tenco?…

Monologo teatrale- musicale. Una storia che coinvolgerà sentimentalmente gli affezionati tenchiani, ma non solo. Gli anni ’50, Genova, le notti insonni, il jazz, gli amici, le donne, il successo, il tormento, il mistero… e uno spettatore dal buio che ha deciso di parlare. Sono questi gli ingredienti che condiscono la nuovissima versione teatrale del monologo-intervista di Paolo Logli dal titolo Dunque lei ha conosciuto Tenco?, già vincitore del Premio ETI “Per voce sola 2006” Ora l’originalissimo testo, che con fantasia e pertinenza storica evoca la grande figura di Luigi Tenco e del contesto in cui si muoveva negli anni d’oro della sua attività attraverso i pensieri, le impressioni e i ricordi di un testimone-ferroviere settentrionale rivive sulla scena grazie ad un’intensa, divertente e divertita interpretazione di DAVIDE PAGANINI coadiuvato musicalmente dal quartetto Jazz capitanato dal Cantautore Alberto “ NAPO” Napolitano, anche autore delle musiche originali, con il maestro Andrea Vulpani al pianoforte, Lorenzo Capello e  Andrea Leone al sax. Il monologo prende spunto da un aneddoto, una storia piccola e forse marginale raccontata tempo fa in televisione da Arnaldo Bagnasco, proprio all’ interno di un programma di Paolo Logli: Chiedi chi erano i Beatles. Nel racconto si descriveva Tenco attraversare una galleria della stazione di Genova piazza Principe in equilibrio su un binario, suonando il sassofono e sfidando un temporale. Un episodio che esemplifica la personalità di un uomo che non ha mai avuto paura delle poste in gioco, tanto da sbeffeggiare con la sua stessa morte – sia essa un suicidio o un omicidio ancora insoluto – il senso dell’istituzione. Ed è proprio un anziano ferroviere, Gino Grondona, che cerca , con parole sue, di cogliere qualcosa del mito Tenco. Un animo semplice, che assiste con gli occhi sgranati dell’uomo senza qualità a qualcosa che oscuramente allude ad un desiderio e racconta di quelle poche cose che sa di Tenco che lo hanno sfiorato: Luigi e i suoi “amici famosi” (De Andrè, Paoli, Villaggio…) sotto la pensilina della Stazione Principe; qualche brandello di musica e d’amicizia virile catturato andando ad ascoltarli suonare in una cantina al centro di Genova (dove Tenco e i suoi amici hanno suonato davvero); quell’ attimo sublime, simbolico, assoluto, di fronte al quale ci si sente piccoli piccoli; il momento in cui Tenco – presagio di morte, eppure promessa di vita eterna – attraversa la galleria dei rapidi, durante una notte di tregenda, suonando Summertime in equilibrio sul binario.
Una messa in scena semplice concentrata sulla voce dell’attore, vero e proprio strumento del concerto, ed arricchita dalle note musicali dal vivo della formazione dalle quali si sviluppa un dialogo interattivo che dà forma ad un’autentica partitura orchestrale, a sottolineare come le parole abbiano scansioni che si appoggiano alle metriche del brano musicale, come l’andamento ritmico dell’intero spettacolo sia continuamente intrecciato, e come i contrappunti non siano solo casuali, ma forniscano ulteriori chiavi di lettura del testo.
Uno spettacolo che porta con sé anche un messaggio di affetto e speranza, come sintetizzato dalle essenziali parole dell’ignaro ferroviere: “Non è che Tenco non avesse paura della morte. Non ci credeva, punto e basta.”

                                                                                                                                      Davide Paganini

Locandina-TencoNote dell’autore. Mi è capitato di assistere a monologhi teatrali bellissimi, in cui la funzione della musica era di intermezzo, quasi come se il pubblico dovesse riprendere fiato dopo tante parole. Amo la musica, e di solito mi infastidisce quando viene usata come riempitivo. Una volta partito il brano, mi verrebbe voglia di seguirlo, di lasciarlo sviluppare… e invece, quando le note avevano assolto alla loro funzione di “voltapagina”, finivano sfumate per lasciare posto alla recitazione: nella migliore delle ipotesi, tappeto di sottofondo. Ecco, era esattamente quel che non volevo fare.

Questo monologo teatrale su Luigi Tenco nasce quindi come una sfida: scrivere un testo in cui la voce recitante fosse solo uno strumento – quello solista, certo, ma neppure il solo – di una partitura. Insomma, mi piaceva pensare che ci fosse musica, tanta, attorno alle parole che scrivevo. E che quella musica non fosse solo un sottofondo. Così, nel mettere giù il copione, ho annotato piccoli sinc e attacchi musicali che un giorno ci sarebbero stati. Come una partitura per voce recitante e quintetto jazz, in cui il testo è pensato “assieme” alla musica.
Il jazz. Un altro protagonista del testo. Un jazz sporco di ricordi pop, di radioline, di canzoni ascoltate alla radio e appena canticchiate. Un jazz da amare, e non da spiegare. Il jazz di Tenco, di quella Genova che tra le prime ha accolto i suoni americani, mescolandoli con la grande canzone francese. Di quella Genova che proprio perché borbottona e introversa non si è mai fatta avanti per dire: ehi, guardate che io il jazz l’ho scoperto per prima. Almeno in Italia. Il Jazz di quei quattro o cinque ragazzi che un giorno hanno smesso si suonare nelle cantine e hanno deciso di cambiare per sempre la faccia della canzone d’autore italiana. Mitologia? Può darsi. Ma fatta di storie di tutti i giorni. E quindi con l’andamento sincopato della musica nera.

Paolo Logli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.