La ballata di Rino

Rgaetano1“chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori”

Rino Gaetano

Tutto finì il 2 Giugno di parecchi anni fa. Era il 1981, e una mattina la radio ci disse che una macchina si era schiantata contro un camion, sulla Nomentana. E che dentro c’era Rino Gaetano. E che ora lui non c’era più.

E noi non ci volevamo credere.

Andava troppo forte? Non si riesce a capire. Non si capiscono molte cose – troppe – di quell’incidente. Troppe lacune.

Sono le tre e cinquantacinque del mattino, quando la sua Volvo 343 grigio metallizzato si schianta contro il camion, e per i soccorritori inizia la corsa contro il tempo. Rino ha un trauma cranico gravissimo, ma un intervento tempestivo potrebbe ancora salvarlo.

E invece.

Cinque ospedali si rifiutano di ricoverarlo, particolare questo ripetuto più volte nei resoconti, ma del quale non si trova più traccia documentale. Lo sanno tutti, si sa. Le prove, come spesso accade in questa Italia che fatichiamo a comprendere, prima ci sono e ad un certo punto spariscono, non ci sono più. Sta di fatto che Rino Gaetano non viene ricoverato da nessuna parte, e nel corso della notte muore su una barella, all’accettazione del Policlinico, per le ferite riportate.

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La parte sconcertante è che tutto questo lui l’aveva raccontato in una sua canzone di 11 anni prima: “La Ballata di Renzo”. Compreso il nome di due degli ospedali che rifiutarono di ricoverarlo.

Quando Renzo morì io ero al bar  / La strada era buia si andò al San Camillo  / e lì non l’accettarono forse per l’orario  / si pregò tutti i Santi ma s’andò al San Giovanni  / e lì non lo vollero per lo sciopero (…) all’alba andarono al Policlinico  / ma lo si mandò via perché mancava il vicecapo  

Ci si chiese se fosse sotto effetto di stupefacenti, e il guidatore del camion sostenne che lo vide accasciarsi sul volante e cominciare a sbandare prima dell’impatto.

Andava troppo forte? Forse.

E se dovessi raccontare con quali immagini emerge dai miei ricordi il folletto Rino, beh, le immagini sarebbero due.

1978: Gianna, una canzone che abbiamo canticchiato tutti, una volta o l’altra. La canzone del Festival.

Cominciamo da qui.

titolcor-300x239Rino Gaetano a quel Sanremo non ci voleva andare. Non voleva andare al Festival, né quell’anno né mai.

Per chi non c’era, a quei tempi non esistevano vie di mezzo. Per anni fu organizzato proprio a Sanremo un “ControSanremo” riserva indiana del rock, del progressive, e della canzone d’autore. Insomma, il  ruolo che negli anni ha a poco a poco rivestito il Tenco, ma senza gli stessi massimalismi. Allora, invece, o si stava da una parte o si stava dall’altra. O alternativo, o venduto.

Rino stava solo dalla sua parte.

Che non voleva dire, contemporaneamente, non stare anche dalla parte delle cose giuste.

Era un personaggio particolare, sperduto in un nonsense, si aggirava ineffabile e sorridente alla ricerca di se stesso. Un cantautore corrosivo, intelligente, acuto, ma soprattutto non allineato. Non sto dicendo che fosse insensibile ai malumori e ai malesseri che avevano percorso il paese per tutti gli anni settanta. Ma semplicemente, e anarchicamente, era fuori dagli schieramenti, una persona libera, parrebbe.

Insomma, quel Festival gli stava stretto, e parecchio.

Andava troppo forte? Eh. Mi sa che quella volta l’hanno costretto a rallentare.

Cercò di trattare, cercò di ottenere di poter portare al Festival Nuntereggaepiù, che faceva parte del disco in uscita.


…abbasso e alè con le canzoni / senza fatti e soluzioni…

 

Nuntereggaepiù.

Canzone impossibile da dimenticare, tagliente ritratto del malessere italiano, invettiva contro politici, potenti, uomini di governo e sottogoverno, impresari e cantantucoli star e starlette, e vecchie glorie, amici degli amici, ospiti fissi alle cene e alle trasmissioni tv, nobili papalini e laureati alla scuola di partito, insomma il grande carrozzone di quell’Italia venghino signori tre palle un soldo, che non cambia mai.

Figurarsi. Certe cose non si dicono, nella città dei fiori.
Sappiamo come funziona, e sappiamo che il sistema che regola la musica – oggi si direbbe “lo show business” – in un modo o nell’altro la spunta sempre.

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E così Rino, che a Sanremo non vi voleva andare…

…a Sanremo ci andò.

Vestito da clown. Cilindro, giacca da orchestrale a coda di rondine, maglietta a righe orizzontali da gondoliere, uno scroscio di medaglie al valor militare sul reverse e l’ukulele in mano.

Un pagliaccio, certo. Ma consapevole della sua provocazione.

Fatta di limerick, fatta di giochi di parole, fatta di dico non dico e se vuoi capire capisci.

C’era, nella sua ribellione, un sorriso, un guizzo che molti dei suoi colleghi cantautori non avevano. Il sorriso di uno che conosce le coincidenze del 60 notturno.

Andava troppo forte? Tutto fa pensare che potesse anche essere così. Le foto apparse sui giornali, la mattina dopo, ci descrivono una macchina sfasciata, un cartoccio di lamiere.

Se ne sono dette molte, si è parlato dell’incidente come dell’ultimo – riuscito – tentativo di ucciderlo, visto che era già scampato pochi mesi prima ad un misterioso incidente. Si è ipotizzato, a partire dal verso di una sua canzone, Rosita, che il mandante fosse una  il associazione esoterico-massonica, la “Rosa Rossa”.

Io non lo so se è vero. So che è successo troppo spesso, che quando un mito se n’è andato, abbiamo ceduto alla tentazione del complotto. Così, tanto per avere qualcuno da incolpare della perdita, che dare la colpa al destino o a Dio è brutto.

O frustrante. Oppure, semplicemente, inutile.

Ma, vi ricorderete, le immagini erano due.

E la seconda, anche quella targata 1978 è indelebile.

E’ ambientata in un salotto televisivo – probabilmente il primo –  dove cominciava a formarsi e strutturarsi un nodo di potere che poi si è diramato dalla politica alla musica allo spettacolo, e che nacque probabilmente in quegli anni, in quel programma, e in quelle interviste da salottino, sul morire degli anni settanta. Sto parlando di Bontà loro, il primo salotto tv di Maurizio Costanzo.

Rino presentò proprio Nuntereggepiù, la canzone rifiutata a Sanremo, quella canzone che era il suo atto di accusa più diretto all’Italietta dei contrapposti poteri e delle contrapposte conventicole. E ancora  delle contrapposte chiese con tanto di bolla di infallibilità, e contrapposte scomuniche, siano esse per mandato divino, o della storia, o del popolo.

E il folletto calabrese, proprio in faccia a mister “buona camicia a tutti”, il telepredicatore in rampa di lancio per gli stupidi anni ottanta (e novanta, e duemila…) cantò:

La sposa in bianco, il maschio forte, | i ministri puliti, i buffoni di corte…

Mi illudevo, non è così, ma permettetemi di sognare, che Maurizio Costanzo non conoscesse in anticipo il testo. In realtà, dopo anni di tv e soprattutto di tv musicale, so benissimo che Costanzo il testo lo conosceva prima. Ma uffa, come la racconto io è meglio, no?

Insomma. Rino cantava e “Buona camicia a tutti” annuiva assorto e compreso. Perché il problema, nella nostra Italietta, è sempre stato che il potere ad un certo punto ha inglobato in sé, al fine di gestirlo, anche il dissenso. E mentre la canzone menava fendenti a destra e a manca, Maurizio Costanzo annuiva con impegno come a dire: sono d’accordo con lui, eh, accidenti se sono d’accordo, io che sono contro il potere, le conventicole, l’establishment: fa bene, eccome. Gliele sta – anche fuor di metafora – cantando.

Eya alalà pci psi dc dc pci psi pli pri dc dc dc dc  Cazzaniga  avvocato Agnelli Umberto Agnelli Susanna Agnelli Monti Pirelli…

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E Costanzo, sornione, approvava con gli occhi, nonostante in studio con lui ci fosse proprio Susanna Agnelli. Eccerto. Come non approvare che “sono tutti uguali signora mia, è tutto un magna magna…” Perché l’ultimo trucco del potere è buttare tutto in caciara, trasformare critica e ribellione in qualunquismo. Però…

…dribbla Causio che passa a Tardelli  Musiello Antognoni Zaccarelli  Gianni Brera Bearzot  Monzon Panatta Rivera D’Ambrosio Lauda Thoeni Maurizio Costanzo…

 

Ahi ahi. C’era anche il baffetto nazionale, nella lista dei catafalchi di cui liberarsi per far respirare finalmente aria fresca all’Italia.

 

…Mike Bongiorno Villaggio Raffa Guccini  onorevole eccellenza cavaliere senatore nobildonna eminenza monsignore  vossia cherie mon amour NUNTEREGGAEPIU’

Me lo ricordo perfettamente.  Baffetto fece un gesto indulgente,  ironico ed accondiscendente, portando la mano alla fronte come per un saluto militare, o amichevole..

Per inciso devo ammettere che io invece rabbrividii, sentendo che Rino Gaetano aveva infilato Guccini a fianco a Raffaella Carrà.

Ma eravamo nel 1978, e la sostanza era che c’era in tv uno che stava dicendo: basta, non ci crediamo più, ai vostri teatrini, gettate la maschera. Non vi reggiamo più.

Andava troppo forte? Eh, mi sa di sì, Rino. Quella volta sì. E c’era anche la curva, in fondo al rettilineo.

Dopo Nuntereggaepiù, chissà se ci avete fatto caso, più nessuna notizia di lui. Chissà. Troppo brusco perché fosse solo una questione di fine della luna di miele col pubblico.

Mi piace pensarla così.

Penso che Rino Gaetano era un uomo libero. Un anarchico, un artista fuori dagli schieramenti, uno al quale non serviva nient’altro che l’intelligenza e il cuore puro – perché non serve nient’altro che l’intelligenza e il cuore puro – per guardarsi attorno e capire. E che questo, anche se non avesse interrotto il percorso sulla Nomentana, quel due Giugno, non gli avrebbe reso la vita facile.

Poi, da quel 1981, sono passati altri quarant’anni, e stiamo a parlare sempre delle stesse cose.

La sposa in bianco, il maschio forte, | i ministri puliti, i buffoni di corte, | ladri di polli, super pensioni, | ladri di stato e stupratori, | il grasso ventre dei commendatori, | diete politicizzate, evasori legalizzati. auto blu sangue blu cieli blu amore blu rock and blues NUNTEREGGAEPIU’

E allora mi chiedo se quella notte Rino stesse andando davvero troppo forte, o se siamo noi che stiamo andando troppo piano.

Lui, forte, c’è sempre andato.

Per tutta la sua vita.

Penso che un sogno così non ritorni mai più

sanremo-ariston00Sono contento per gli Stadio, soprattutto per come s’era messa.

Sono contento perché comunque rappresentano un mondo della canzone che arriva dalla gavetta, dall’esperienzaccia dei locali di seconda, terza e anche quarta categoria. Sono contento perché Gaetano Curreri – che oltre ad essere un vero artista che fa della modestia uno dei suoi punti di forza – è quello che ha scritto Chiedi chi erano i Beatles musicando magnificamente una poesia di Roberto Roversi, perché è sua quella meravigliosa intro di pianoforte che apre Albachiara di Vasco, sono contento perché gli Stadio hanno omaggiato Lucio Dalla con una splendida versione de La sera dei miracoli, e perché sono sicuro che un po’ di Lucio aleggiasse sul palco dell’Ariston mentre cantavano.

Sono contento perché basta mettere in fila i vincitori delle ultime 10 edizioni del Festival, se si esclude forse Vecchioni, per capire che c’è stato un segno di discontinuità. Non meglio, non peggio, anche se personalmente un’idea ce l’ho. Semplicemente di discontinuità.

Ma conosco troppo bene i meccanismi che regolano il Festivàl (con l’accento sulla a, come diceva Nunzio Filogamo) per non sapere che c’è una regia che a tratti assume connotati diabolici, tanto più diabolici perché non è mai incarnata da una sola persona, che mette in conto anche il colpo di scena di una sorpresa, il ritorno d’immagine della discontinuità.

Sto dicendo: sono contento per gli Stadio, ma non mi illudo neanche un attimo che questo sia segno che la musica (!) stia cambiando. Semplicemente, ogni tanto, si prende qualche esponente di un mondo musicale diverso, più o meno diverso, che sia consapevole o meno del ruolo che ha in commedia in quel momento, e lo si sbatte in testa alla classifica, vincente o piazzato, a fare la foglia di fico. E’ capitato più di una volta, negli anni passati, e continuerà ancora.

E dall’anno prossimo saremo di nuovo a contare i giochetti di corridoio a favore della fazione Amici, o di quella XFactor, le quote delle grandi major discografiche e le (ipotetiche, come le correnti gravitazionali, almeno fino a ieri…) quote indie, che diano uno spazio a quelle realtà di gente che lavora bene, sotto il livello del mare, e qualche volta riesce a regalare apparizioni inattese. Penso alla bella sorpresa dei primi due piazzati nella categoria dei giovani, Francesco Gabbani e la sua Amen, Chiara Dello Iacovo con Introverso. In ambedue i casi alle spalle ci sono dei pensatori e creatori di musica che conosco bene, e che stimo da anni. In ambedue i casi un lavoro onesto e una buona quantità di ispirazione hanno pagato. Speriamo ora che non si perdano nei manuali Cencelli delle quote per etichetta e nell’inseguimento del pubblico al ribasso, come spesso abbiamo visto succedere.

La musica popolare in Italia gode di salute precaria, e quindi è comunque positivo che per qualche giorno parlarne diventi fenomeno di massa e condiviso. Ma permettetemi di dirlo, visto che non lo dice nessuno. La musica italiana non è per fortuna (solo) quella di Sanremo. Ci sono decine di realtà indipendenti, figlie di esperienze musicali diverse, che a Sanremo non andranno mai, e che neanche avranno mai la fortuna di una esposizione mediatica pari a quel che probabilmente si meritano.

In una vita precedente, per quasi dieci anni, mi sono occupato, assieme ad un pugno di amici che conservo, di Sanremo Giovani. E so benissimo quante energie e quanti sogni vengono investiti su queste cinque serate. So anche quanti giovani dotati non passino il setaccio delle selezioni, e so anche che il lavoro delle giurie non è un lavoro facile, perché ti passano davanti decine, centinaia di proposte, di livelli diversissimi, dal sublime al ridicolo. Perché devi decidere ignorando amici, pressioni, considerazioni di opportunità.

Quindi mi guardo bene dal criticarne il loro lavoro a priori, ne’ voglio prendere la strada delle dietrologie. Ho sempre la sensazione che ci sia un po’ di copione e un po’ di regia, tra gli elementi che contribuiscono a scrivere la classifica finale, ma non penso comunque che sia questo il punto.

Non voglio neanche entrare nel merito dei vari Scanu e simili – che serve sparare sulla Croce Rossa? – e delle brutture da cover che in qualche caso ci sono state imposte. E neanche sul mistero italiano di una cantante strillatrice che diventa artista internazionale. Sappiamo che l’ascolto sanremese è spesso aprioristico, da fan club, e anche parecchio di bocca buona, ma anche questo sta nel conto, mi pare.

Risvegliandosi il giorno dopo dalla sbornia di classifiche e di critici improvvisati e non, ho solo voglia, dopo avere fatto i complimenti agli Stadio, di dire che musicalmente parlando il Festival di Sanremo è un brodino riscaldato e che passi oltre con la voglia di un bel piatto sostanzioso, pieno di sapori e di spezie. Che per fortuna, altrove o nel passato esistono ancora. Per tutta sincerità, più nel passato che nella produzione presente, ma questi sono i segni dei tempi.

Però il Festival l’ho seguito, nonostante fossi ben consapevole di quel che è: un carrozzone in cui la musica, quella vera, latita da decenni, ammesso che ci si sia mai affacciata, e in cui comunque le logiche sono molto spesso altre. L’ho seguito perché comunque trovo giusto, in accordo con Tommaso d’Aquino (Omnia probate, quod bonum est tenete) provare a rintracciare un guizzo di creatività anche lì. Anche perché è evidente che il Festival è una vetrina rivolta ad un pubblico preciso, non meglio o peggio, semplicemente con pretese meno complesse. Di cui, senza volere fare alcuna classifica di merito, non faccio parte. Ma l’ho seguito, in un certo senso, proprio per affermare la diversità mia e di milioni di amanti di una musica altra (stavo per dire vera, ma so bene che verrebbe usato questo aggettivo per ritorcermelo contro…). Perché in Italia chi canta fuori dal coro (mai metafora fu più calzante) viene fatto fuori con un paio di parole d’ordine che ormai hanno imparato a memoria tutti, e che rimandano ad un vago e confuso limbo dove devono essere confinati coloro che non si rassegnano all’appiattimento. Allora, se uno dice: “Sanremo non mi interessa, non lo guardo, non propone musica per me” viene killerato con una semplice parolina. Snob. E chiuso, a quell’accusa non si può ribattere nulla. Ci sono accuse che sono cassazione. Come buonista. Non c’è niente da fare, quando ti timbrano così, non puoi contrapporre argomenti. Sono etichette che vengono appiccicate a caso o a memoria, e ti privano del diritto di replica.

C’è una bella canzone di Francesco de Gregori, del 1976, che si intitola Festival, e che è dedicata alla morte di Luigi Tenco. E c’è un passaggio che mi sembra inevitabile ricordare.

Si ritrovarono dietro il palco,

con gli occhi sudati e le mani in tasca

Tutti dicevano io sono stato suo padre,

purché lo spettacolo non finisca…

 

Mi sembra descriva alla perfezione la logica del Festival, che è capace di ingoiare tutto, triturarlo ed omogeneizzarlo con tutto il resto. Perfino i grandi temi civili diventano nastrini colorati, che si indossano o no. Perfino la disabilità diventa commozione collettiva solo nel momento in cui è fenomeno mediatico. E va ancora bene che qualche sprazzo di umanità esca fuori in occasioni come queste. Ma la macchina, il grande Caterpillar è capace di triturare tutto e farne cemento per la propria autolegittimazione. Nulla spiazza il Festival, perché al Festival tutto diventa spettacolo. Perfino il picchetto degli operai che minacciano di bloccare la serata, come è accaduto anni fa. Perfino Cavallo pazzo che minaccia di buttarsi dalla balconata, salvo che è poco chiaro come sia riuscito ad arrivarci senza connivenze.

Perfino Tenco trovato morto in albergo con due colpi in testa, sparati a distanza di cinque minuti uno dall’altro.

Sanremo non si sgomenta. Si perpetua e si alimenta nelle sue stesse polemiche e nelle sue stesse evidenti incongruenze. E chi si chiama fuori è snob.

Allora ok.

A me Sanremo non interessa, ne’ tanto ne’ poco. Non mi aspetto nulla dal Festival, ed è un buon modo per farmi sorprendere dal poco che regala. La sua musica a tratti neanche mi pare musica, ma l’ho guardato. Tutto. Ed ho anche trovato dei piccolissimi lacerti di speranza, guarda un po’. E pure il piccolo brivido di vedere vincere la onesta canzone degli Stadio, che rimandano ad una onesta carriera a fianco di altri grandi artisti. Ma nient’altro.

L’ho guardato, nella speranza che saltasse fuori una sorpresa vera, un Rino Gaetano che canta Gianna, una Mimì che canta Almeno tu nell’universo, un Matia Bazar con Vacanze Romane. Per non dire, sarebbe pretendere troppo, un Luigi Tenco che canta Ciao Amore Ciao, o un Mimmo Modugno che canta Volare.

No, non credo che possa succedere ancora, di essere stupiti in quel modo.

Penso che un sogno così non ritorni mai più.

Non è successo, e allora l’ultima trincea – in queste cinque lunghe sere – è stata sperare che per lo meno vincesse una canzone dignitosa, emozionante, inaspettata, anche se ho il sospetto che anche l’inaspettato sia previsto, a Sanremo. E questo per fortuna è successo.

Io il Festival l’ho guardato tutto per guadagnarmi il diritto di dire che quel che abbiamo sentito in queste sere qualche volta è divertente, a tratti emozionante, episodicamente carino, ma nulla di più. Questo mi pare il lato più inquietante, al momento del computo. Che ci si deve accontentare del carino. Certo, lo sappiamo tutti, l’abbiamo sempre saputo, però è troppo facile etichettare come snob chi lo dice.

E intanto, mentre scrivo, ho messo sul piatto Stairway to heaven, e mi sto ricordando cosa intendo per musica, e con grande modestia mi sento di dire che intendo proprio tutta un’altra cosa.

Paolo Logli

Storia di uno spacciatore di libri. Di Paolo Logli.

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Tra pochi giorni sarò di nuovo a Sarzana e a La Spezia a parlare di libri. Mi fa sempre uno strano effetto affacciarmi nella mia città e parlare di carta sulla quale tra le altre ci sono scritte parole mie. Forse perchè vista da là, con gli occhi di adolescente, questa cosa mi sembra enorme: che ci siano libri che immeritatamente portano sopra il mio nome. E allora mi è venuto in mente dove è nata e si è formata, quella passione per la lettura. La scoperta di Pavese, Pessoa, Leopardi, Calvino…E frugando nelle pieghe dei ricordi, tra le altre cose, è venuto fuori il volto di un vecchio libraio, che qualche colpa, se ho fatto quelle letture, ce l’ha. E un nome: Attilio del Santo. Gli dedico questo ricordo.

PiazzaGaribaldi LaSpeziaSe dovessi citare una sua frase, un motto da consegnare ai posteri, non saprei dire. Ma l’immagine di Attilio Del Santo, circondato da quella muraglia di libri, appoggiati dovunque, e solo all’apparenza alla rinfusa, sugli scaffali, sul banco di vendita, per terra, quella sì, che è nitida. Ed è legata ad un periodo preciso della mia vita, tra l’inizio del liceo e l’università, quindi buona parte degli anni ‘70. Poi andai via da La Spezia, e molti legami con la città si sono inevitabilmente allentati, ma tra le cose indelebili di quegli anni c’è lui, e la sua libreria a metà di Corso Cavour, dove ho passato parecchie serate assaggiando classici e nuove uscite, e chiacchierando di questo e di quello. Conservo di Del Santo una sensazione di pacata e garbata ironia, e di attenta passione per i suoi libri, come se prendessero vita solo se consegnati nelle mani giuste.

La_Spezia_downtownLe grandi distribuzioni, i siti nei quali comprare i libri a prezzi significativamente più bassi magari ci permettono di risparmiare, ma la progressiva scomparsa del dettagliante – questo in tutte le categorie merceologiche – ci sta privando di un ingrediente fondamentale: il rapporto umano. Il tuo verduraio lo sa, se ti piacciono i pomodori pachino o i cuori di bue. E se gli capita di averceli belli, te li propone appena entri. Se non addirittura, te li ha messi via per tempo. Il tuo sarto, o il negoziante di abbigliamento conoscono i tuoi gusti, se vesti classico o estroso, se hai bisogno di vestiti che mascherino i chili in più, se hai la spalla cadente o il baricentro basso. E sanno a colpo sicuro quali sono le cose da proporti. E spesso ci azzeccano.

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Del Santo impersonava la figura di libraio nello stesso modo. Era convinto, mi pare di capire ripensandoci, che le mani dei lettori non fossero tutte uguali e che il suo compito fosse cercare l’accoppiata magari non perfetta, ma la migliore possibile, tra libro e lettore. Credo di capire che fosse certo che ogni libro cerca il suo compimento in chi lo legge, e che non è vero che un lettore vale l’altro. Come non è vero per i libri, del resto. E col senno di poi, è assolutamente così. E poi, lui non vendeva volumi. Trovava una casa per i libri.

Piazza-Verdi-veduta-panoramicaE lo faceva con cura meticolosa. Noi ragazzi si scendeva verso le cinque e mezzo sei, per andare “in giù”, e le alternative erano fondamentalmente due. La vasca in via Chiodo,fino a Piazza Verdi dove ancora c’erano i pini, che era l’opzione un po’ più fighetta e rimorchiona, oppure il giro Via del Prione – Corso Cavour con tappa nei negozi di dischi (che allora erano ben tre in quella zona…) e un passaggio in libreria.Io propendevo per questa seconda opzione, e così, dopo avere occupato per un’oretta le cabine ascolto dei negozi di dischi, almeno una mezz’ora nella libreria di Del Santo finiva che ce la spendevamo. Magari non ogni sera, ma spesso. Ora, è evidente che a sedici, diciassette anni tutti questi soldi per le mani non ce li avevamo.

moloEppure non mi ricordo di averlo mai visto infastidito da questi ragazzotti che giravano, aprivano e richiudevano, sfogliavano, commentavano e molto raramente – in proporzione alle visite – compravano. Anzi, più di una volta un commento bastava a farlo entrare nel discorso, aveva una conoscenza approfondita e meticolosa di opere ed autori, e quando parlava, a quel punto c’era solo da ascoltare, perché lui ne sapeva veramente.Può sembrare banale, un libraio che si intenda di libri, ma in questa Italia di improvvisati neanche questo lo è. Perché lui in mezzo ai libri era a casa. C’erano dei camminamenti, dentro la Libreria del Santo, tra quelle pile di volumi che ingombravano il negozio come un gigantesco gioco di costruzioni, e lui si muoveva bene, a colpo sicuro, a suo agio come Geppetto nel ventre della balena, per andare ad acchiappare proprio quel libro, quello che andava bene per te, qui, ed ora. Non sto esagerando.

p.zza_cavour_oldEra La Spezia degli anni settanta, un’altra città, con pochissimi spiragli dai quali affacciarsi a guardare il mondo, e noi diciottenni cercavamo dentro i libri e nei dischi la medicina allo sconcerto di vivere, e nel mio ricordo Del Santo non è un semplice libraio, ma un taumaturgo, che prima di passarti l’erba medicamentosa che ti serve per guarire ti studia con occhi attenti. Cercava di capire se poteva fidarsi, a lasciare tra le tue mani questo o quel libro, se poteva dargli il permesso per andare via con te, se tu eri quello giusto. E insieme, quale medicina dell’anima fosse giusto prescriverti. Anche se parlavi poco, andava a pescare qualcosa tra le costole del cetaceo fatto di libri, e te lo porgeva. “Leggi la prima pagina” Diceva qualche volta. E poi stava lì a studiarti di sottecchi mentre ti avventuravi tra le parole.

s.agostinoChe emozione irripetibile, spalancare la porta della copertina ed entrare in un libro. Anzi, no, ripetibilissima, ogni volta. Una nuova storia, un nuovo punto di vista. E lui sembrava quasi che sapesse, ripetendosi a memoria dentro di sé la pagina che stavi leggendo, il punto in cui in viso ti sarebbe spuntato un sorriso, o un’espressione di stupore. Ora sto esagerando. Ma sotto i baffi – ne sono certo, allora ero adolescente e pensavo che ci fosse un trucco magico – lui sorrideva.
Ho fatto, nel ventre della balena costruita coi volumi che era la sua libreria, la sua bottega alchemica, il suo ritrovo di carbonari, parecchie scoperte importanti, di quelle che, se non ti cambiano la vita, comunque te la segnano e ti offrono elementi a cui riandare, ancora ed ancora, negli anni. Alcune di quelle scoperte me le ha consigliate lui. Altre le ho scovate frugando in una pila, e chissà che non li avesse messi lì, in bella vista, quei romanzi, o quei saggi, o quelle raccolte di poesia, proprio perché qualcuno le notasse. Chissà se esagero. Ma anche se fosse, è bello crederci. Ed ho sempre pensato che gli stesse benissimo addosso, alla fine di tutto, una frase che mi ero confezionato parafrasando de Andrè, e che fa così, più o meno: “Non libraio, ma spacciatore di libri.”