Nimpharum domus

Un nome affascinante per una delle tante acquee sotterranee del Golfo. Nimpharum domus, casa delle ninfe, così come ricorda l’iscrizione marmorea di eco romana in caratteri capitali, probabilmente di epoca tardo-umanistica. La fonte, una delle tante che caratterizzano il territorio del nostro golfo, alle quali spesso sono attribuite proprietà taumaturgiche, scaturisce da una grotta presso la Foce, non lontano da un’altra sorgente, detta Bocca Lupara. Il luogo, ancora oggi affascinante, benché in completo abbandono, doveva certamente, nei secoli passati, provocare una grande suggestione, tale da far supporre ad alcuni commentatori dell’Eneide, che al golfo della Spezia, e non alle coste libiche, facesse riferimento Virgilio nell’Eneide, là dove parla di un “nimpharum domus”, di un luogo delle ninfe, nel quale sarebrbe approdato, dopo la tempesta scatenatagli contro dall’irata Giunone. Enea.
Una magia che il luogo ormai a stento riesce a far rivivere ma che pochi appropriati interventi ambientali potrebbero ricreare. E’ auspicabile dunque che, dopo la riapertura della grotta della Madonna, il Comune dei La Spezia, si interessi anche di questa cavità con risorgente, situata in località la Chiappa, ai piedi dei primi tornanti dell’Aurelia, la strada che porta alla Foce. I1 cunicolo che si apre nel calcare cavernoso, largo 4 metri e alto 2 m, si inoltra per oltre 44m nella montagna ed è percorso perennemente da un ruscello. Vicinissimo alla Nimpharum Domus ma a quota più alta si trova Bocea Lupara, anch’essa sede di un corso d’acqua che la percorre nella sua massima lunghezza.

La Porta di Sion

8 maggio 1946. La Spezia, dal Molo Pirelli, salparono le navi “Fede” e “Fenice” che aprirono la via dell’emigrazione in Palestina degli ebrei scampati ai lager nazisti. Da quel giorno La Spezia divenne per molti sopravvissuti la “Porta di Sion”, il porto dal quale spiccare il volo e ritornare alla Terra dei Padri.
“Il nome di La Spezia divenne noto in tutti i campi d’Italia e al di là delle Alpi, fino in Polonia. A raggiungerla divenne il sogno di innumerevoli profughi. E molti profughi arrivarono a La Spezia in migliaia.
Queste le parole tratte da “I clandestini del mare” di Ada Sereni.
Spero che la mia città e il mio Paese continuino a non rinunciare alla generosità e al coraggio che La Spezia, stremata dai bombardamenti, dimostrò 70 anni fa. La salvezza delle nostre società, delle nostre democrazie passa anche dalla capacità di tenere vivi e forti quei valori che ne stanno a fondamento.

Hemingway soggiorno alla Spezia

libroDi Francesco Tassara. Tra i celebri quarantanove racconti di Hemingway c’é anche quello che racconta di un soggiorno alla Spezia. Un tempo dalle parti di via del Torretto, sul pavimento, ne erano citati alcuni versi. Scrive l’autore: “Arrivammo alla Spezia e cercammo un posto per mangiare. Le strade erano larghe e le case alte e gialle.”
In queste pagine si racconta del “pranzo alla Spezia” in una trattoria che chissà qual era…

Una domenica di primavera, verso la metà degli anni ’20, Ernest Hemingway ventiseienne scendeva in macchina verso La Spezia in compagnia di un amico. Avevano una vecchia Ford coupé. Tra le montagne, mentre attraversavano a passo d’uomo la piazza di un paese, un giovane con una valigia si staccò da una piccola folla, venne verso l’automobile e chiese loro di portarlo alla Spezia.
“Abbiamo solo due posti e sono occupati”, disse Ernest.
“Monterò sul predellino”, disse il giovane. Introdusse un pacchetto attraverso il finestrino, strinse loro la mano, spiegò che per un fascista e uomo abituato a viaggiare come lui non era una gran cosa e, mentre due uomini legavano la sua valigia dietro alla macchina sopra le altre, saltò sul predellino sinistro dell’automobile tenendosi aggrappato con il braccio dentro il finestrino aperto. La folla agitò le braccia in segno di saluto. Egli rispose con la mano libera.
La strada seguiva il corso di un fiume. Al di là si alzavano i monti. Il sole scioglieva la brina sui prati. Il tempo era luminoso, ma faceva molto freddo e l’aria gelata passava attraverso il parabrezza aperto.
“Credi che stia bene lì fuori?” Guido, l’amico di Ernest, fissava la strada.
La vista, dalla sua parte, gli era impedita dall’ospite. Il giovane sporgeva dal lato della macchina come una figura scolpita sulla prora di una nave. Si era tirato sù il bavero del cappotto e abbassato il cappello fino agli orecchi; aveva il naso rosso nel vento.
“Ne avrà abbastanza”, disse Guido. “È dalla parte della gomma guasta”.
“Oh, ci lascerebbe sùbito se forassimo” disse Ernest. “Non vorrebbe impolverarsi il vestito da viaggio”.
“Bene, non me ne importa” disse. “Però, ha un modo di sporgersi alle curve…”
Dopo l’ultima salita sopra La Spezia e il mare, la strada scese con strette e ripide curve. L’ospite veniva spinto in fuori alle svolte e tirava quasi via la calotta dell’automobile.
“Non si può dirgli di non farlo” disse Ernest a Guido. “È il suo istinto di conservazione”.
“Il grande istinto degli Italiani”.
“Il più grande istinto degli Italiani”.
Vicino alla città la strada divenne pianeggiante. L’ospite ficcò la testa nel finestrino.
“Voglio fermarmi”.
“Ferma” disse Ernest a Guido.
Rallentarono, al lato della strada. Il giovane scese, andò dietro alla macchina e sciolse la valigia. Poi Ernest gli porse il suo pacchetto ed egli se lo mise in tasca.